Maria grazia gentile - Fisioterapista - Studio Riabilitazione
Il Piede
Voglio darvi una semplice e sintetica descrizione dell’anatomia e fisiologia del piede. Lo faccio per due motivi: il primo riguarda la mia particolare predilezione per queste articolazioni, da cui dipende il benessere di tutta la nostra statica. Il secondo motivo è rendere comprensibile, a tutte le persone che non appartengono al mondo medico, cosa succede loro quando hanno un problema che riguarda il piede. Del resto, il web è pieno di spiegazioni scientifiche delle varie patologie, di come si trattano medicalmente, chirurgicamente o nella fisioterapia classica. Io vorrei dare un’altra “visione”! ” Raro cade chi ben cammina” Il piede è un organo complesso costituito da un cospicuo numero di articolazioni, che ne consentono il movimento e l’adattabilità a tutte le superfici. Si tratta di una struttura anatomica fondamentale; su di essa agiscono tutti i carichi generati dal movimento corporeo, sia nell’attività sportiva che nella vita di tutti i giorni. Il piede è alla base del sistema posturale e di equilibrio ed ha permesso all’uomo di assumere la postura eretta per spostarsi nello spazio. Il piede è formato da 26 ossa, numerosi muscoli e complesse articolazioni. Le ossa del piede vengono generalmente suddivise in tre gruppi: - il Tarso, costituisce la parte posteriore del piede e si articola con la parte finale della tibia. Raggruppa le seguenti ossa: astragalo, calcagno, navicolare, cuboide ed i tre cuneiformi (mediale, intermedio, laterale);? - il Metatarso, costituisce la parte intermedia del piede. E’ formato dalle cinque ossa metatarsali e si articola con i tre cuneiformi e il cuboide del tarso;? - le Falangi, sono tre per ogni dito (prossimale, mediale, distale), ad eccezione del primo dito (alluce) in cui sono solo due le falangi (prossimale e distale), per un totale di quattordici segmenti ossei.? Un cenno particolare per parlare dell’osso dell’astragalo e del calcagno che sono molto importanti nella biomeccanica del piede. L’astragalo (una delle ossa meno vascolarizzate dell’organismo, ricoperto all’80% da cartilagine per consentire la fluidità nel movimento) è posto al centro del piede e costituisce il perno osseo di tutta la regione. Esso distribuisce sugli archi plantari il peso del corpo che viene poi scaricato su tre punti principali di appoggio: la tuberosità posteriore del calcagno, le teste del primo e del quinto metatarso (in ordine decrescente). Non a caso, quindi, il calcagno è molto voluminoso. Nella sua parte posteriore vi è una sporgenza rugosa sulla quale si inserisce il tendine calcaneare, (c.d. tendine di Achille) fondamentale per la deambulazione.? Tutte le articolazioni del piede presentano, almeno parzialmente, un rivestimento di cartilagine. Essa è elastica e nel contempo resistente e stabile. Nelle articolazioni, la cartilagine consente lo scorrimento delle ossa senza attrito e, fungendo da cuscinetto protettivo, assorbe gli urti nel movimento. ?? Se si osserva il piede dall’esterno, esso presenta una superficie superiore detta “dorso” o “collo” o caviglia del piede ed una superficie inferiore detta “pianta” o superficie plantare. La Pianta del piede non poggia completamente sul terreno ma si alza nella volta plantare. Gli archi plantari hanno la funzione di migliorare la distribuzione del peso corporeo nella esigua superficie del piede, sia in posizione eretta che durante la deambulazione. Come in architettura, l’arco consente di sostenere grandi carichi purchè le basi siano stabili, in caso contrario l’arco cede. L’azione dei muscoli è quindi mirata a sostenere la chiave di volta degli archi plantari. Tra l’altro, non essendo l’arco plantare costituito da un unico osso, cosa che lo renderebbe rigido ed inadeguato a sostenere le sollecitazioni dinamiche, la tensione muscolo-legamentosa diventa fondamentale: stabilizza dinamicamente la volta plantare. In una struttura così complessa, numerose sono le patologie che si possono presentare in situazioni di stress come il sovrappeso, le scarpe non adatte, atteggiamenti posturali scorretti… Di seguito sono descritte, sempre con linguaggio semplice, le patologie del piede più frequenti e come io sono solita trattarle. Tenete sempre in considerazione che il corpo non è composto di parti separate, pertanto ciò che succede al piede a volte può avere origini molto lontane o ripercussioni in altre parti del corpo. Dal momento che il piede è il nostro appoggio, la nostra base, è necessario averlo ben curato. Ciò non significa solo mettere lo smalto, la crema o fare pediluvi, bensì sta ad indicare che il piede deve essere in appoggio confortevole, deve avere la possibilità di toccare quanto più possibile la terra per imparare ad “esplorare” i tanti piccoli movimenti delle sue articolazioni. Quando guardate i piedi dei popoli che camminano a piedi scalzi, noterete che la loro pianta del piede è molto larga e che vi è una notevole distanza tra l’alluce e il mignolo. Il loro piede ha l’aspetto di una solida base che appoggia, senza alluce valgo o dita a martello…( certo, magari è meglio non guardare sotto la pianta! ). Noi abbiamo messo le scarpe, e va bene… ma da quando anche la moda si è infilata ai nostri piedi, essi hanno cominciato a soffrire. Chi ha problemi con i “calletti” o con le unghie incarnite, chi ha dolore con le scarpe nuove, chi non riesce più a mettere neanche le scarpe vecchie, sa di cosa parlo! Talvolta il trattamento che effettuo, ad esempio in un paziente con la spina calcaneare, mi porta a lavorare su un piede rigido che ha organizzato un passo dove le dita si “aggrappano” al pavimento; oppure devo proprio lavorare in postura per riequilibrare tutti i muscoli della gamba che, nel tempo, si è organizzata in atteggiamenti antalgici andando a creare la patologia nel piede. - LA SPINA CALCANEARE E LA FASCITE - La fascite è l’infiammazione dei muscoli e dei tendini della volta plantare ed è, se non trattata per tempo, la causa della formazione dello sperone calcaneare e di altre patologie del piede. La Spina o Sperone calcaneare è una neoformazione ossea benigna, causata dall’infiammazione dell’inserzione della fascia plantare che si inserisce nella parte inferiore del tallone e la quale, in seguito al conseguente deposito di sali di calcio, si ispessisce (calcificazione) creando una protuberanza chiamata “spina”. In queste circostanze, i pazienti raccontano di avere maggior dolore la mattina al risveglio, scendendo dal letto, oppure dopo essere stati seduti per molto tempo, la sera dopo aver camminato molto o essere stati molto in piedi. Tale dolore è avvertito come una fitta intensa che obbliga ad un andamento claudicante (zoppicare) e che, successivamente ad una mezz’ora circa di camminata, sparisce per poi ripresentarsi a fine giornata. Allo stesso tempo, però, potrebbe verificarsi che, in talune circostanze, svolgendo indagini per altre patologie del piede, ad alcuni soggetti (si stima una percentuale intorno al 30%) venga diagnosticata una spina calcaneare e che questa risulti, di conseguenza, asintomatica, cioè senza dolore. Perché? In molte patologie dell’apparato scheletrico, il sintomo si manifesta soprattutto in presenza di stress: «Avete cambiato scarpe? Avete camminato più a lungo o per più tempo? Avete guidato per un lungo tragitto e il vostro piede è rimasto troppo sul pedale etc.? Avete fatto un allenamento più intenso del solito?» La causa di questa patologia, quando non è genetica o di tipo sistemico ( gotta, reumatismo…), secondo la mia esperienza, è da ricercarsi nel modo di camminare. Nel conflitto che si perpetua tra i movimenti del piede, delle dita e la contrazione dei muscoli del polpaccio. Nella Riabilitazione la prima cosa che consiglio è, se possibile, il riposo, scarpe comode, pantofole chiuse ( no ciabatte aperte dietro!) a volte consiglio di camminare a piedi nudi e applico un bel taping. Borsa o cubetti di ghiaccio e impacchi. Segue poi il trattamento con tecniche manuali per “rompere” tutte le rigidità del piede e le contratture del polpaccio, ed infine la rieducazione posturale e funzionale. Un po’ di pazienza da parte vostra e… FUNZIONA! - LUSSAZIONE (della caviglia) O FRATTURA DEL MALLEOLO - La caviglia è la parte della gamba posta immediatamente al di sopra del piede. Dal punto di vista anatomico, la gamba è formata da due ossa lunghe a decorso parallelo, ovvero la tibia e il perone ( o fibula), collegate da un legamento interosseo. La tibia, più interna, è un osso a sezione triangolare, molto robusto, che sopporta quasi interamente il peso del corpo e lo trasmette al piede. Le estremità inferiori di tibia e perone nell’insieme formano una pinza concava in senso anteroposteriore. L’articolazione della caviglia è costituita dal perone e dalla tibia (superiormente, esternamente e internamente) e (inferiormente) dall’astragalo, che è un osso del piede; si chiama infatti articolazione tibio-peroneo-astragalica o tibio-tarsica. Inoltre, vi è la capsula articolare, manicotto di tessuto connettivo denso, che si inserisce tra i segmenti ossei in connessione rivestendo completamente l’articolazione; all’interno vi è la membrana sinoviale, che secerne un liquido vischioso per facilitare lo scorrimento tra le due superfici a contatto. Il principale movimento della caviglia si realizza grazie all’articolazione tibiotarsica: è la flessoestensione, attorno all’asse trasversale che attraversa i due malleoli, detta anche flessione plantare. Nella flessione plantare i legamenti anteriori dell’articolazione diventano più lunghi, mentre quelli posteriori si accorciano. L’articolazione della caviglia è stabilizzata dai legamenti, che permettono il movimento e tengono insieme la struttura ossea, e dalla capsula articolare. I principali legamenti della caviglia si distinguono in: legamenti collaterali, che formano da ciascun lato dell’articolazione dei robusti ventagli fibrosi il cui apice è posto sul malleolo corrispondente e la cui parte periferica è fissata sulle due ossa posteriori del tarso. Questi legamenti si dividono incollaterali esterni, divisi a loro volta in tre fasci, due destinati all’astragalo (peroneo astragalico anteriore e posteriore) e uno al calcagno (peroneo-astragalo-calcaneare e peroneo-calcaneare) ecollaterali interni, formati in due piani, profondo e superficiale (tibio astragalico anteriore. L’inverso accade nell’altro movimento importante della caviglia, ovvero la flessione sul dorso. Le ossa della caviglia (in particolare l’astragalo) sono ricoperte più delle altre da cartilagine, proprio per massimizzare la fluidità del movimento. In seguito ad un infortunio alla caviglia si possono manifestare sintomi clinici quali: dolore, gonfiore e formazione di ematoma sul malleolo mediale o su quello esterno. Tali sintomi potrebbero nascondere un semplice stiramento dei legamenti, una frattura del malleolo laterale o una frattura del perone. La diagnosi è competenza del medico ortopedico che, dopo la valutazione, prescriverà eventualmente una risonanza magnetica o una semplice radiografia, seguita da un trattamento conservativo occorrente e, quando necessita, anche dell’intervento chirurgico con mezzi di sintesi metallica. Dopo questi interventi, tutte le lesioni, anche quelle superficiali, possono e devono essere trattate con la fisioterapia. Nel nostro approccio la Riabilitazione consiste, a seconda dei casi, in trattamenti di Terapia Manuale e altre tecniche riabilitative adeguate, onde permettere a tutto l’arto di non irrigidirsi per la paura del dolore. Secondo i miei principi e la mia esperienza, la prima cosa da fare per aver un buon recupero funzionale e assenza di dolore è, quando giunge il momento, impostare il passo. L’impostazione del PASSO FISIOLOGICO e FUNZIONALE è la premessa che consente al paziente di avere fiducia nella potenzialità che il suo piede PUO’ camminare e PUO’ poggiare al suolo senza rigidità o dolore. La maggior parte dei dolori che persistono, nonostante la fisioterapia, sono causati da questa semplice ed ignorata pratica, di cui io mi interesso, per ristabilire il corretto schema motorio del passo. - ALLUCE VALGO - L’alluce valgo è una delle patologie del piede più diffuse. Si tratta di una deformazione dell’alluce, la quale falange prossimale, e quindi tutto il dito, si devia all’esterno verso le altre dita. Parliamo di alluce valgo quando la deviazione laterale dello stesso provoca a livello dell’inserzione del dito, ovvero sulla prima testa metatarsale, una marcata protuberanza, detta familiarmente “cipolla”. Si tratta di un’infiammazione caratteristica (borsite) con molto dolore, dovuto allo spostamento della falange e allo sfregamento con la scarpa. Oltre al dolore ed all’infiammazione cronica, l’alluce valgo comporta lesioni ossee, ulcerazioni e callosità e, soprattutto, un’alterazione funzionale della dinamica del piede. Con il tempo, l’alterata organizzazione motoria del passo crea problemi di postura. Le cause dell’alluce valgo sono ancora molto discusse. Prevale generalmente l’idea che si tratti di un disturbo congenito, una patologia che si eredita geneticamente. Non è del tutto così, non si eredita, ma si possono ereditare gli atteggiamenti posturali, il modo di camminare del padre, della madre, del nonno… Nella nostra società questa patologia è prevalentemente femminile: abbiamo accorciato le gonne e questo ci ha obbligato a chiudere e accavallare le gambe, mettendo il nostro femore in intrarotazione. Il femore intraruotato sposta il ginocchio all’interno e quindi anche l’appoggio del piede viene compromesso. Esso collasserà la volta plantare e costringerà l’alluce a ruotare verso l’interno e spostarsi verso le altre dita. Da tutto ciò si deduce che il valgismo non nasce solo dal piede ma può avere origine in altro settore del corpo. Esistono anche forme acquisite a patologie reumatiche, infiammatorie, neuromuscolari od a traumi. Molto discussa è anche la responsabilità delle scarpe. Le popolazioni africane o i popoli che camminano a piedi nudi non hanno questa caratteristica dell’alluce. Nei loro piedi il mignolo e l’alluce si allargano in maniera fantastica. Noi no, noi quasi non abbiamo capacità di muovere le dita… In ogni caso, quello che è certo è che calzature non idonee alla fisiologia del piede ( come quelle con punte strette e tacchi alti, che tanto piacciono alle donne ) possono peggiorare la situazione, contribuendo al progresso della deformazione, e sono spesso la causa dell’infiammazione dolorosa. Consiglio di diffidare anche delle “scarpe che dondolano”. Il nostro piede funziona bene quando il passo si svolge fisiologicamente con le dita che si possono piegare, non con il piede che dondola mettendo tutto il sistema in “allarme”!! Non date retta alla pubblicità! Il mio studio è frequentato da molte persone che invece hanno avuto problemi con queste calzature! Esistono anche forme acquisite a patologie reumatiche, infiammatorie, neuromuscolari ma queste pur essendo trattate nello stesso modo, hanno bisogno anche del supporto farmacologico appropriato, competenza del medico specialista. Io tratto questa patologia utilizzando tecniche manuali di Riabilitazione che mi permettono di “rompere” le tensioni della pianta del piede e restituire elasticità a tutta la struttura. Insegno poi ad utilizzare “quel” muscolo che consentirà al dito alluce di riequilibrarsi con l’intero sistema del passo. Il mio consiglio è sempre di prevenire o di curare un piede il cui alluce comincia a modificarsi. Io vi posso trattare e aiutare, insegnandovi anche come fare da soli. Vi sentirete come nuovi!!
Il Ginocchio
L’articolazione del ginocchio è formata essenzialmente da due ossa, il femore (coscia) e la tibia (gamba). Nella parte anteriore, partecipa all’articolazione anche la rotula, un osso sesamoide che, oltre a proteggere il ginocchio, facilita l’azione del muscolo quadricipite durante l’estensione della gamba. Un quarto osso sottile posto lateralmente alla tibia (perone) completa l’articolazione. Tutte le superfici articolari sono rivestite di cartilagine, uno speciale tessuto protettivo che diminuisce gli attriti interni all’articolazione. Un’altra protezione da traumi ed usura deriva dalla presenza di due menischi, uno mediale ed uno laterale. Entrambe queste strutture, dalla forma semilunare, funzionano come cuscinetti “ammortizzatori”, facilitando i movimenti e proteggendo l’intero ginocchio. Un manicotto fibroso, chiamato capsula, avvolge l’intera articolazione, stabilizzandola durante i movimenti. Una membrana, detta sinoviale, riveste la superficie interna della capsula e secerne un liquido vischioso che lubrifica e nutre l’articolazione. Il ginocchio, inoltre, è stabilizzato da quattro robusti legamenti: due laterali, chiamati rispettivamente collaterale mediale o interno (LCM) e collaterale laterale esterno (LCL); e due interni, detti crociato anteriore (LCA) e legamento crociato posteriore (LCP). Esistono poi numerose altre strutture anatomiche, come borse e legamenti minori, che nel loro insieme provvedono ad aumentare la stabilità e la funzionalità dell’articolazione. Come detto, l’articolazione del ginocchio è particolarmente complessa e le condizioni patologiche che possono interessarla sono numerose. Fra di esse si ricordano l’artrosi, l’artrite reumatoide, la cardiopatia rotulea, il morbo di Osgood-Schlatter, lo strabismo rotuleo, la tendinite, la sindrome della bandelletta ileotibiale (nota anche come ginocchio del corridore), le meniscopatie, le borsiti del ginocchio, le lesioni dei legamenti crociati, ecc. Molte delle condizioni patologiche sopra citate sono causa di usura cartilaginea più o meno grave. Per quanto concerne il mio lavoro, diverse sono le patologie del ginocchio che tratto: distorsioni, lesioni dei legamenti collaterali e dei crociati, lesioni meniscali, etc. In particolare, il trattamento post operazione chirurgica più importante e “pesante”, per le sue implicazioni psicofisiche, è indubbiamente quello dopo una protesi al ginocchio. -ARTOPROTESI DEL GINOCCHIO- L’intervento di artoprotesi è una pratica chirurgica oramai consolidata e che fornisce ottime prospettive risolutive. Io sono solita accompagnare nel percorso riabilitativo, anche prima dell’intervento, tutte le persone che ne fanno richiesta, in questo modo di procedere è possibile accorciare di molto i tempi di recupero. In che modo? Non trattando esclusivamente il ginocchio, bensì preparando il corpo a ricevere la protesi, lavorando in postura. Nella fase post operatoria, una volta usciti dalla degenza, io procedo subito insegnando al paziente ad usare il Kinetec (apparecchio di fisioterapia che vi aiuta a portare e mantenere il ginocchio a quei gradi di flessione che il chirurgo prescrive). Un tempo, quando esso non esisteva, la fisioterapia era molto più complessa e si doveva andare in Riabilitazione ogni giorno. Oggi, con le nostre tecniche e l’aiuto del macchinario, possiamo trattare anche solo una volta a settimana: senza stress, fatica ed ansia. In pratica ci aiuta tutti! Nel trattamento con il Kinetec, partendo da una flessione minima ed aumentandola di giorno in giorno, si lavora per circa 2-3 ore al giorno. (Nelle situazioni di dolore si usa il ghiaccio ed i miei impacchi). Procedo, inoltre, ad insegnare tutti i vari passaggi posturali: - dal letto alla sedia; - dalla sedia ai servizi igienici; - camminare con i canadesi (bastoni per appoggio, “stampelle”) e con essi scendere e salire le scale; - altri accorgimenti. Con il passare del tempo, il chirurgo ci dirà quando procedere per lasciare il primo “canadese” e poi l’altro. Io vi seguirò aiutandovi ad impostare il passo per il tempo a voi necessario, che si differenzia sempre da persona a persona, fino alla vostra completa autonomia. Lavoreremo non solo per sbloccare il ginocchio, ma anche per reintegrarlo nella postura. Stimoleremo l’uso dell’arto, senza dolore, migliorando la sua funzionalità e conferendo sicurezza ed equilibrio nel cammino, grazie ad i quali consentiremo il ritorno ad un uso ottimale non solo del ginocchio, ma di tutto il corpo, nella vita di tutti i giorni. Ricordiamoci SEMPRE che non siamo fatti a “pezzetti”! Sotto il ginocchio ci sono la caviglia ed il piede, sopra ci sono l’anca e la colonna… e chi non ha mai avuto problemi in quest’ultima?!? Ricapitolando. Un problema al ginocchio, precedente all’intervento, ha prodotto degli atteggiamenti di difesa nel resto del corpo. Con le mie tecniche cercheremo di ripristinare il suo funzionamento nella migliore delle possibilità. …E POI… CALMA E PAZIENZA! IO SONO CON VOI! RICOSTRUZIONE CHIRURGICA DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE (LCA) Quando nel 1983 ho iniziato a trattare gli interventi sul legamento crociato, era davvero una “crociata”…! La chirurgia effettuata era molto pesante, l’arto veniva ingessato, la riabilitazione la inventavo, non esistendo manuali, protocolli o insegnanti (almeno in Italia), paziente per paziente, mettendo insieme le mie conoscenze con l’esperienza dei miei colleghi in Francia. Per ciò che riguarda l’ambito sportivo, nonostante il durissimo lavoro post operatorio, in molti tornavano sui campi di gioco; altri venivano sopraffatti dalla paura di nuovi traumi, in particolare per la rigidità articolare e per le implicazioni psicologiche derivate da un simile intervento. La chirurgia ha fatto passi da gigante, per quanto riguarda la tecnica di ricostruzione del legamento crociato, ma non si può dire lo stesso per quanto riguarda la Riabilitazione. In seguito all’infortunio, è necessario pianificare un programma di riabilitazione che utilizzi un periodo di preparazione all’intervento e un periodo di rieducazione post operazione. Il periodo preoperatorio è di fondamentale importanza, in quanto permetterà all’atleta o alla persona traumatizzata di presentarsi alla data dell’intervento senza alterazioni posturali strutturate, quindi in grado di riabilitarsi più velocemente e meglio, dopo l‘operazione. Il problema principale della riabilitazione nel periodo preoperatorio è l’inesistenza di studi precisi sulle modalità di manovra, a tal punto che troppo spesso ci si affida al caso, rischiando di creare danni maggiori rispetto a quelli iniziali. Per gli sportivi (altresì per le persone comuni): La corretta Riabilitazione da utilizzare nel periodo post operatorio dovrebbe provvedere a decongestionare l’articolazione lesa; dovrebbe utilizzare una tecnica riabilitativa che faccia recuperare il range di movimento, che riequilibri la muscolatura dell’arto interessato sollecitando il sistema propriocettivo. Superato il giorno dell’intervento inizierà il periodo della riabilitazione vera e propria. Diverse sono le scuole di pensiero. Il grosso problema a cui bisogna far fronte è che le conoscenze attuali sui tempi di ripristino e consolidamento del neo-legamento impiantato non possono stabilire quando e con quali carichi gli esercizi riabilitativi sono veramente sicuri ed efficaci. “Non è chiara la relazione che intercorre tra gli esercizi terapeutici e il comportamento biomeccanico del neo-legamento” (Beynnon 1992). Lo stesso Beynnon ha inserito un trasduttore di tensione per via artroscopica in vivo per registrare la deformazione che subisce il LCA (legamento crociato anteriore) durante esercizi a catena cinetica chiusa e aperta. Si intende per esercizio a catena cinetica aperta “quando il segmento distale è libero di muoversi nello spazio” (Palmitier 1991) mentre l’esercizio è a catena cinetica chiusa “quando il segmento distale è fisso” (Palmitier 1991). Durante la riabilitazione, è fondamentale scegliere gli esercizi giusti e meno pericolosi, in modo da riportare soprattutto l’atleta, alle condizioni di forma ottimali. Gli esercizi con catena cinetica aperta, si è visto che, negli ultimi gradi di estensione del ginocchio da 30° a 0° le sollecitazioni a carico del LCA sono notevoli. Da preferire a quest’ultimi gli esercizi a catena cinetica chiusa che non sovraccaricano il legamento operato e determinano uno stimolo buono per lo sviluppo muscolare il tutto con una buona sicurezza di non essere lesivi. Gli esercizi a catena cinetica chiusa inoltre danno la possibilità di eseguire una co-contrazione da parte degli ischiocrurali che si oppongono allo scivolamento anteriore della tibia sul femore. Nell’esecuzione degli esercizi a catena cinetica chiusa sarà importante anche l’angolo di flessione del tronco in quanto “più l’anca si flette più i muscoli che vanno dall’ischio alla gamba subiscono un accorciamento relativo e più si tendono” (Kapandji 1974). Durante il movimento in estensione, si verificano notevoli forze di compressione e di taglio a livello del LCA, quindi è un esercizio da sconsigliare a chi vuole riabilitare un ginocchio soprattutto nei primi mesi post intervento. Tutto sembra chiaro a questo punto, ovvero chi ha subìto un intervento di ricostruzione del LCA dovrebbe evitare gli esercizi a catena cinetica aperta e utilizzare quelli a catena cinetica chiusa. Le tesi sopradescritte sono state messe in discussione da un articolo apparso su “The American Journal of Sports Medicine” dal titolo “The Strain Behavior of the Anterior Cruciate Ligament During Squatting and Active Flexion-Etension. A comparison of an Open and a Closed Kinetic Chain Exercise”. Beynonn e Johnson hanno aggiornato e rimesso in discussione il loro precedente studio (1995) mettendo in evidenza che “I valori massimi della tensione del LCA ottenuti durante lo squat libero non differivano da quelli ottenuti durante una flessione ed estensione attiva eseguita in catena cinetica aperta . Riflessioni: Con questo non voglio creare confusione ma sotto lineare che il pianeta riabilitazione in questo caso è ancora da esplorare e da capire al meglio. Quindi la mia regola, che utilizzo per Riabilitare un’articolazione lesa, è quella del buon senso e della personalizzazione assoluta; età, sesso, disciplina sportiva praticata, livello dell’atleta e tante altre componenti fanno sì che il tutto si diriga nella giusta direzione o meno. Il mio motto è: RIEQUILIBRARE! Non amo usare gli strumenti; il rinforzo verrà da solo, con l’uso corretto dell’arto! ?È inoltre fondamentale lavorare insieme ai medici che hanno eseguito l’operazione. Funziona! Fisioterapista Terni , Studio di fisioterapia Terni , Studio di fisioterapia Narni , Fisioterapista Narni TDR Maria Grazia Gentile
Anca
Tenete sempre in considerazione che il corpo non è composto da parti separate, pertanto ciò che succede all’anca o al ginocchio a volte può avere origini molto lontane. Le tecniche Riabilitative, per affrontare il vostro dolore o il trauma che avete subito, sono estremamente delicate e precise. Esse mirano a ripristinare l’articolarità, togliere il dolore e reimpostare il movimento corretto. Talvolta il trattamento che effettuo, ad esempio in un paziente con patologia all’anca, mi porta a lavorare su una caviglia bloccata ma anche ripristinare le contrazioni addominali, causate da appendicectomia…Vi sembra impossibile? Non lo è, vi garantisco! L’ANCA L’articolazione dell’anca è una delle più voluminose del nostro organismo ed è sottoposta a enormi sollecitazioni meccaniche durante la deambulazione. Ha una forma particolare in quanto è costituita da una coppa, la cavità acetabolare, e dalla testa femorale che è accolta nella cavità. L’estrema congruenza di queste due superfici, fornisce una stabilità ossea straordinaria. La cavità acetabolare è rivestita al suo interno dalla cartilagine ed è circondata sul margine dal labbro acetabolare che nell’articolazione funziona come una guarnizione articolare. Il labbro acetabolare contribuisce a rendere più profonda la cavità acetabolare ed aumentarne la congruenza e la stabilità; esso è una struttura riccamente innervata. La regione prossimale del femore che è compresa nella articolazione dell’anca può essere schematicamente suddivisa in tre zone: la testa, il collo e la regione trocanterica. Il collo e la testa femorale sono poi avvolti dalla capsula articolare che le unisce all’acetabolo. La testa femorale è di forma sferica, alloggia nella cavità articolare ed è rivestita di cartilagine. Nella sua porzione superomediale origina il legamento rotondo che la collega al fondo della cavità acetabolare. Il collo femorale connette la testa alla porzione principale del femore che prende il nome di diafisi. Presenta un angolo con l’asse della diafisi femorale compreso tra i 120 ed i 135 gradi. La regione trocanterica è la parte prossimale-alta della diafisi femorale. Presenta due tuberosità detti trocanteri, il grande trocantere è la sede di inserzione del muscolo gluteo medio, sul piccolo trocantere si inserisce il muscolo ileopsoas. Ad avvolgere l’articolazione si trova la capsula articolare resa più forte da tre grossi legamenti. Il più importante di questi, il legamento ileo-femorale, è disposto sul versante anteriore dell’articolazione e contribuisce a sostenere parte del peso corporeo durante la stazione eretta. Sull’articolazione dell’anca agiscono vari gruppi muscolari, essi di distinguono, a secondo della loro azione. In abduttori, adduttori, intra ed extrarotatori. E’ importante ricordare che tutti questi muscoli hanno più di una funzione e lavorano in sincronia tra loro. Il principale gruppo muscolare è quello dei muscoli glutei ed agisce determinando la stabilità del bacino durante la deambulazione; in questa fase infatti, sono i muscoli glutei a tenere il bacino orizzontale evitandone la caduta. Superficialmente ai glutei si trova il tensore della fascia che contribuisce anch’esso alla stabilità del bacino durante il passo. Anteriormente e posteriormente all’articolazione si trovano importanti strutture vascolari e nervose. -PROTESI D’ANCA- L’anca è l’articolazione che congiunge il femore al bacino pelvico. La testa liscia e sferica del femore si inserisce perfettamente nella sua sede naturale dell’acetabolo che si trova nel bacino. Come una coppa che accoglie … Quando con il passare del tempo e per molteplici motivi, si instaura una grave artrosi con dolore intenso e invalidità, tale da impedire una normale vita quotidiana, si inizia a pensare di effettuare una protesi dell’anca. Essa è consigliata, a mio avviso, dopo che tutto quanto è stato sperimentato come fisioterapia , riabilitazione e trattamenti medici. Nel mio studio i pazienti arrivano prima dell’intervento e/o dopo la dimissione ospedaliera. Solitamente essi arrivano dopo una settimana, con l’indicazione del chirurgo per ciò che riguarda i tempi di carico dell’arto con l’aiuto dei canadesi. Il trattamento di Riabilitazione è chiaramente personalizzato. Il paziente che viene è valutato in base alla sua globalità e ai suoi problemi pregressi. La riabilitazione immediata consente di drenare l’arto, facilitare l’assorbimento dell’eventuale ematoma, prevenire la formazione di trombi. Necessaria è, per le prime 6-10 settimane, una cauta mobilizzazione per impedire al tessuto di creare ulteriori contratture muscolari o la lussazione della protesi. Tornerete a casa con le vostre gambe e due canadesi ( Bastoni per sorreggersi). Ricordare: i deambulatori vanno in sincronia e per scaricare il peso dell’arto operato; se ci sono scale da fare si sale con la “buona” e si scende con la gamba operata. Ricordarsi sempre che i canadesi accompagnano l’arto operato. IMPORTANTE: NON FATE DA SOLI, NON FATE "GINNASTICA", AFFIDATEVI AD UN FISIOTERAPISTA. NOI ABBIAMO LE COMPETENZE E L’ESPERIENZA PER ACCOMPAGNARVI IN QUESTO PERCORSO NEL QUALE CERTAMENTE RITROVERETE BENESSERE E TRANQUILLITA’! Per 6-10 settimane: ° non guidare prima di sei settimane ° in automobile, come passeggero, non sedetevi in modo usuale ( L’anca a 90° si potrebbe lussare in caso di brusca frenata). Se la vettura è a 4 porte, vi potete sedere semisdraiati sui sedili posteriori con dei cuscini sotto la testa e le spalle ° non chinarsi a raccogliere qualcosa in terra a ginocchio esteso ° non accavallare l’arto operato sull’altro, ci si siede a gambe leggermente divari ° non chinarsi in avanti da seduto come per allacciarsi le scarpe ( consigliamo un calzante lungo) o mettere i calzini, vi fate aiutare ° non dormire sul fianco operato ° tenere un cuscino in mezzo alle gambe ° non sedersi su poltrone morbide dove si affonda ° non stare seduti per oltre un’ora consecutiva, è meglio alzarsi ogni 15 minuti e stiracchiarsi e muovere spesso le caviglie. Per alzarsi portarsi con le natiche al bordo della sedia e con un appoggio alzarsi ° non usare il water normale, procurarsi alzawater nei negozi specializzati ° non vi fate la doccia quando siete soli in casa ° non usate il bidet, fatevi la doccia o con una brocca lavatevi sul water ° non vi lavate i denti in piedi sul lavabo, mettetevi seduti ° non vi stancate rimanendo troppo in movimento pensando di accelerare il processo di guarigione, il corpo ha bisogno dei sui tempi per “ digerire” questo grande intervento. In relazione al tipo di protesi o di intervento che viene utilizzato e, comunque, sempre su indicazione del chirurgo ortopedico, si potrà togliere un canadese dopo 1-3 mesi circa. Io consiglio SEMPRE di togliere il canadese del lato sano; questo obbligherà il cervello a ritrovare il passo perduto nel tempo, e io vi insegnerò a farlo. Superati i sei mesi, e sempre su indicazione del chirurgo, potete togliere anche il secondo canadese. A questo punto il vostro passo è tornato fluido e sicuro, siete autonomi completamente; il peggio è passato! Il mio personale consiglio in questa fase è di non riprendere le solite attività con lo stesso spirito di prima. Ora siete delle persone nuove. Tutti questi mesi di riabilitazione e di inattività devono avervi insegnato anche ad avere un po’ più cura di voi! A VOI TUTTI, AUGURI!